A morte l’odio

Tra i suoi indubbi successi, l’industria cinematografica americana annovera la creazione di un tipo umano diffuso ormai fin nelle più lontane province dell’impero. È un individuo innocente, animato da buoni sentimenti e da un inesausto, anche se confuso, desiderio di giustizia. Da solo può cambiare la storia, riuscendovi spesso con la forza dei suoi sogni. È infatti un inguaribile sognatore e, anche quando si volge all’egoistico perseguimento del successo, gli effetti della sua ambizione si trasformano in un prodigioso miglioramento per tutti. È “il buono”, che talvolta arriva anche a sacrificarsi, purché non si smarrisca quel sogno di pace e di benessere che illumina il progresso dell’uomo. Nella struttura semplice di questo racconto non manca l’antagonista, il cattivo, il Nemico – ‘Satana’, per adoperare il lessico veterotestamentario –, che opera come rappresentazione del Male assoluto, surrogato mediante figure ritagliate, di volta in volta, dalla cronaca quotidiana.

Dentro questo contenitore narrativo – vera e propria cassaforte, blindata dal sistema mediatico – trova posto la morale occidentale moderna, che prescrive ai singoli individui la condotta utile a rafforzare le fondamenta ideologiche di un intero sistema di potere. Come ci insegnano i maggiori filosofi, economisti e sociologi degli ultimi due secoli, i gruppi di potere impostisi in Occidente a partire dalla fine del Settecento devono al denaro e alla capacità di moltiplicarlo – anche solo virtualmente – tutta la loro forza. Ma anche questa immensa forza potrebbe ridursi a ben poca cosa, se i popoli, sui quali questi gruppi esercitano il potere, non volessero accettare il giogo che viene loro imposto. Nell’era della massificazione delle nazioni, imporre leggi e regolamenti non basta: occorre avere il consenso, affinché tutto si tenga e il sistema conservi il suo equilibrio. I cittadini devono, allora, essere mansueti, dedicarsi alla prosperità individuale, collaborare per consolidare l’equilibrio, dal quale tutti trarranno il giusto tornaconto. Ma non basta neanche l’adesione, se essa è tutta esteriore e opportunistica: a mano a mano che le tensioni interne ed esterne aumentano, infatti, occorre una partecipazione sempre più sentita, attiva; si richiede, cioè, un assenso intimo e totale. Diventa indispensabile spegnere tutti i motivi di contrasto, suscitando un autentico sentimento di “amore per il sistema”. Se è vero che “la storia è un cimitero di aristocrazie”, solo attraverso un’adesione incondizionata – che assuma finanche caratteri fideistici – si possono superare le spinte disgregative, dalle quali proviene il vero pericolo per la sopravvivenza dei gruppi di potere.

In questa situazione, è lecito domandarsi se sia possibile un effettivo cambiamento – mai parola è stata tanto abusata in politica – dall’interno di quella cassaforte blindata del “buonismo” in cui è custodita la morale occidentale moderna. Non dubito che, con me, i miei venticinque lettori si chiedano: donde nasceva la forza di quei sanculotti parigini che si lanciarono contro l’ancien régime? Dall’amore universale? Dal buonismo radicale? Dalla guerra all’odio? E i bolscevichi rovesciarono il potere zarista con le campagne contro l’odio? Neanche i patrioti americani amavano Sua Maestà britannica, al punto di farsi ammazzare a decine di migliaia per ottenere l’indipendenza e la piena sovranità sulle colonie.

Pur nuova legge impone oggi l’amore… e il suo grido di vendetta è: “A morte l’odio!”. Si organizzano, perciò, Commissioni parlamentari contro i discorsi di odio – hate speech, con locuzione anglosassone – per imporre l’amore di Stato. Si invocano le piazze buoniste per impedire che la parte politica “cattiva” abbia il diritto di essere ascoltata. È l’amore totalitaristico, concepito dagli spin doctor del “politicamente corretto”, ultimo atto – purtroppo solo in senso cronologico – di un copione già messo in scena negli anni passati, quando la Sinistra, ormai divenuta organica alle logiche dei mercati finanziari, non sapeva trovare altre motivazioni per “scendere in piazza” se non quella di protestare contro il leader politico avversario.

È fin troppo evidente: l’amore universale e la pace perpetua imposti per legge sono aspetti della conservazione, più che del cambiamento, e la guerra all’odio è una serratura ulteriore che si chiude sul contenitore narrativo in cui è imprigionata la morale occidentale. Predicare l’amore ai tempi della crisi economica mondiale è un’operazione di rafforzamento degli attuali gruppi di potere, è una estorsione del consenso, un ricatto sociale. Chi governa i flussi finanziari globali ha dimostrato di saper piegare interi popoli – lo abbiamo visto nel caso della Grecia – e non consentirà che una forza eversiva, come può essere l’odio, irrompa nel consolatorio quadro pseudo-irenico che sta dipingendo. Nell’ideologia della globalizzazione l’uomo è concepito come uno strumento, che può essere disarticolato e riassemblato secondo le esigenze: se occorre, gli sarà asportata, “con un colpo di cannone”, la parte malvagia – la destra –, affinché si aggiri, nelle piazze consegnate alla Bontà, solo il Buono, sinistramente incarnato nel “cittadino dimezzato”.