Alberi da gomma: il nuovo ecobusiness che risale ai Maya

La gomma possiede una delle storie più interessanti del regno vegetale. Quando i conquistatori europei (spagnoli) la scoprirono nelle Americhe del Sud, ne rimasero affascinati esattamente quanto i Maya per degli stupidi specchi.

In particolar modo, la gomma – che deriva da un albero, hevea brasiliens – era sia impermeabile che incredibilmente elastica. Ma il vero boom si ebbe un po’ di secoli dopo quando, con la diffusione delle prime automobili nel XIX secolo, nacque il concetto, tutt’oggi esistente, di pneumatico.

Sebbene sudamericano, l’albero di gomma viene coltivato molto nei climi asiatici – soprattutto sud-orientali – e tropicali. La gomma cola naturalmente lungo il tronco, sotto forma di latice, un liquido bianco e appiccicaticcio.

esempio di estrazione naturale di latice da un albero di caucciù

Viene poi riposta in apposite forme per farla riposare: indurendosi, diviene un blocco unico composto di molte lamine, ed è facilmente trasportabile. La caratteristica par excellance era che, a temperature elevate, il blocco si riscioglieva, permettendo all’azienda di turno di adoperarlo nella maniera migliore e per le proprie esigenze.

Durante le due guerre mondiali era molto complesso trasportare gli alberi di gomma tropicale e per questo si ripiegò sul tarassaco, immediatamente contestato da mezzo mondo dando origine a un prodotto molto scadente. Quello delle suole delle scarpe cinesi a 5 euro, per intenderci.

La sfida dell’immediato futuro pare però essere trovare delle alternative sempre più degradabili, tenendo conto anche del costante aumento della popolazione (ad oggi siamo 8 miliardi). Molti ecobusiness avranno ad oggetto proprio il rinvenire nuovi modi di coltura e nuove piante, magari mixando prodotti naturali con quelli artificiali ecosostenibili.