Almirante, la storia del processo per fascismo che violò tutti i principi giuridici – PARTE 1

Maggio 1972. L’alleanza col partito democratico di Unità Monarchica frutta bene al Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante: 56 deputati, 26 senatori; 8.7% alla Camera, 9.2% al Senato. Per i tempi che corrono, numeri da capogiro tali da legittimare Almirante a voler rappresentare tutta la destra. Anche a quella extraparlamentare, dialogando con gli esponenti di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo.

Iniziano a susseguirsi le voci del tentativo di ricostituzione dell’ormai disciolto Partito Fascista. Almirante, nelle apparizioni pubbliche tra il ’72 e il ’73, non negherà mai il suo passato, strizzando così l’occhio alle frange maggiormente disposte anche ad attività militari. Ma non solo. Le altre forze politiche temono la forza crescente dell’MSI e la caratura del leader.

Come da lui stesso testimoniato nella successiva udizione della “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia Massonica P2“, dove si tratteranno i rapporti diretti o indiretti dei partiti politici con la loggia di Licio Gelli, nulla può distoglierlo dal reale obiettivo. Il suo unico incontro col Maestro Venerabile proprio nel ’73 nulla cambia in Almirante che, anzi, ne prende immediatamente le distanze. E se vincere le elezioni con la DC nemica pare assurdo, essere la seconda forza parlamentare – e sperare in una maggioranza, seppur risicata, al Senato – non è così strano.

26.1.1984 Audizione di Giorgio Almirante nella “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia Massonica P2”, dove si trattavano i rapporti diretti o indiretti dei partiti politici con la suddetta associazione segreta guidata da Licio Gelli.

Luigi Bianchi D’Espinosa, procuratore generale di Milano ed ex Partito d’Azione, appoggiato successivamente anche da Pertini, chiede alle Camere l’autorizzazione a procedere contro il segretario dell’MSI con l’accusa di ricostituzione del Partito Fascista. Il 24 maggio 1973, con 484 voti favorevoli e 60 a sfavore, l’autorizzazione è concessa.

Strani presentimenti aleggiano tuttavia tra i giornalisti. Molte testate si schierano contro la decisione dei parlamentari, acuendo la distanza tra il quarto potere e il legislativo; le simpatie verso la magistratura iniziano a latitare, per una serie di accadimenti che a breve sfoceranno nei fatti dei corleonesi.

L’opinione pubblica solleva l’ipotesi della congiura giudiziaria. Il giovedì nero peggiora il tutto, e se gli almirantini sono inclini all’uso dei mezzi violenti di lotta, non lineare pare la tesi di un Almirante promotore e organizzatore di detta ricostituzione, considerando per l’appunto che perseveranti accuse di tradimento ideologico da parte dei militanti più estremisti.

L’arringa di D’Espinosa appare, fin dall’inizio, parziale e difettosa. Le sue accuse non reggono se confrontate col 21 e il 25 della Costituzione. Non solo. La stampa si ricorda della l. 848 del 4 agosto 1955 in materia di diritti fondamentali dell’uomo del poter esprimere liberamente la propria idea politica. Anche se fascista.

Come se non bastasse, l’intera istruttoria si poggia sulla violazione della competenza per territorio d’un giudice che avvia l’iter contro Almirante a Milano sebbene “il giudice naturale precostituito per legge” di cui il 25 cost è nella capitale romana.

I presupposti di un processo sommario e irrituale vi sono tutti. Il procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Messina, Ugo Buscemi, al Questore di Messina, reciterà quanto segue:

“Va detto – evidenzia il Buscemi – che l’eventuale inosservanza di tali norme non solo turba l’efficace tutela dell’amministrazione della giustizia, ma sconvolge l’ordinamento giuridico processuale”. (CONTINUA.)

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