La piena capacità di intendere e di volere nel caso-Genovese: altro che feste e festini

Il caso Genovese non mi convince. Innanzitutto non mi piace nemmeno discorrere di “caso”, come se l’Italia non avesse altri problemi. Certo, l’opinione pubblica chiede si faccia chiarezza, un po’ per giustizia nei confronti dell’eventuale vittima, un po’ perché non ha molto da fare stando dentro casa, ma parlarne a mo’ di questione meridionale in un momento di estrema povertà generale è parecchio inutile.

Beninteso che le indagini non siano concluse e che anzi trapelino sempre nuovi elementi contro il napoletano Genovese, sorgono una serie di domande tutt’altro che scontate in una società palesemente rincoglionita come quella odierna.

Si vocifera, ad esempio, che la denunziante non volesse proseguire negli atti sessuali. E fin qui, nulla quaestio. D’altronde ognuno deve esser libero di disporre liberamente del suo corpo, alterato o meno. Lo stato di alterazione però laddove non è causa è senza dubbio circostanza aggravante per l’ipotetico violentatore, e circostanza dubbiosa per l’ipotetica vittima.

Andare alla festa in cui si fa uso di droghe e stupefacenti vari implica la sussistenza della piena capacità di intendere e di volere pertanto, scegliendo, si “decide”, ovvero ci si avvale del suddetto diritto giuridico di fare un po’ che si pare, anche contro tutto e tutti, oltrepassati i diciotto anni.

La totale capacità di intendere e di volere permane sino alla decisione di assumere sostanze ed include la persistenza della capacità analitica: so, insomma, a cosa vado incontro. Altrimenti non ne farei uso se non mi cambiasse nulla.

E metti pure che non ne faccia uso, senza dubbio sono ancora in possesso delle facoltà mentali tali per comprendere che i miei compagni di merenda saranno alterati a breve. Il che non legittima l’altro a mettermi le mani addosso, ma mi dà senza dubbio la possibilità di girare i tacchi e andarmene altrove. Magari a casa.

Premessa: non esiste alcun rinvio a giudizio né alcuna sentenza definitiva. Per di più urge ricordare che sino al triplice grado vige la presunzione di non colpevolezza ergo fasciarsi la testa per delle dicerie trapelate contro Genovese è abbastanza ipocrita (e molto italiano).

Però è evidente che qualcosa non quadri. Da che mondo è mondo esistono festini simili in cui ognuno dispone del suo portafogli e della sua libertà come gli pare. E pare strano non tanto la violenza – che anzi, laddove accertata, deve esser punita senza se e senza ma – quanto la lucidità della ragazza del denunziare l’indomani e del sedersi al tavolo dei legali di Genovese per ascoltare la proposta economica dello stesso.

Sulla proposta economica – che taluni smentiscono – c’è poi una narrazione sbilenca. I giornali parlano di “risarcimento danni”, come se vi fosse stato un oggetto di contestazione e una seguente condanna. No. Laddove veritiera, è un vero e proprio acquisto del silenzio della ragazza per evitare ulteriori problemi a un imprenditore pressoché sconosciuto oltre Milano centro.

Da ulteriori indagini parrebbe persino che lo stesso amasse avere del materiale videografico delle sue conquiste, e che persino la sua ex sarebbe convolta. Ripeto, non abbiamo certezze in quanto, non essendoci sentenze, non possiamo di certo analizzare giornalisticamente gli elementi probatori, ma parrebbe – sottolineiamo l’uso del condizionale – che la sua ex non sia indagata per coadiuvarlo nelle sue azioni criminose ma che si prodigasse soltanto per procacciare le ragazze immagine da far presentare poi alle feste.

Feste a cui andavano un po’ tutti. E questo lo sappiamo anche noi umili mortali. Insomma, del napoletano Genovese sappiamo tutto e niente. Soltanto dicerie, ma non sempre vox populi è vox dei.

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