“In cella giornali senza foto di donne”: la testimonianza di Concutelli all’Ucciardone

Il neofascista Pierluigi Concutelli, attraverso la sua biografia redatta assieme a Giuseppe Ardica “Io, l’uomo nero – Una vita tra politica, violenza e carcere”, ricostruisce gli eventi che lo portarono, per la prima volta, nell’istituto penitenziario dell’Ucciardone, a Palermo.

vista dall’altro di una sezione dell’Ucciardone

Pagine importanti nelle quali spunta un “ricolo” (cit.) aneddoto: per evitare che i detenuti potessero masturbarsi, venivano tagliate accuratamente tutte le immagini di donne dai giornali. La procedura riguardava anche i titoli di cronaca mafiosa, arginando così la possibilità che i malavitosi reclusi potessero avere notizie dall’esterno.

Curiosità, oggigiorno probabilmente definita “omofoba” e lesiva del diritto alla identità sessuale del detenuto: venivano tolte solo le foto delle donne, in posa o meno che fossero. Gli uomini non sono considerati sia perché non siamo ancora nell’era dei primi modelli maschili – in quegli anni ancora il fenomeno non era ben diffuso nemmeno negli States -, sia perché la fervente educazione militare e cattolica non contemplano l’idea del detenuto omosessuale.

Ovviamente detenuti omosessuali ne esistevano, ma evitavano di dichiarlo. Proprio circa Pierluigi Concutelli, ricorderemo il noto omicidio di Ermanno Buzzi, accusato da lui (e la primula nera Mario Tuti) di delazione e omosessualità.

25 ottobre 1969. Quattordici mesi di reclusione per possesso di armi da guerra con le quali si addestrava, assieme agli amici, sulla collina palermitana di Bellolampo. Uscirà soltanto nella calda estate del ’70, abbandonando il Fronte Nazionale e avvicinandosi al celeberrimo gruppo politico extraparlamentare di Ordine Nuovo.

“Le armi procurate grazie agli ex combattenti della prima Repubblica Sociale del Fronte Nazionale mi costarono il primo arresto. Accadde tutto il 25 novembre 1969. Mi chiamarono tre camerati, con me vicini al Fronte Nazionale di Borghese: “Pierino, imu a fari du’ tiri?”. In quei giorni andare a fare due tiri non aveva lo stesso significato di oggi. No, la cocaina non c’entra niente per fortuna. A quell’epoca significava esercitarsi, andare a sparare.

(…) Quel giorno non riuscimmo a premere il grilletto nemmeno una volta. Incappammo in decine di carabinieri che stavano ritornando in città dopo l’esercitazione. Sbucarono all’improvviso da una scarpata e, visto che allora nessuno di noi pensava di aprire il fuoco contro le forze dell’ordine (li consideravamo ancora tutori della legge), non trovarono resistenza. Ci bloccarono, perquisirono l’automobile e saltò fuori la valigia con l’artiglieria. Dentro c’erano proiettili, caricatori, bombe a mano, due mitra Mab, una machine pistole tedesca mezza arrugginita e un Mas, un aggeggio scadente e poco funzionale ma per noi importantissimo dal punto di vista affettivo: ero lo stesso tipo di mitragliatrice usato dal partigiano che aveva ucciso Benito Mussolini e Claretta Petacci.

Ci arrestarono e, manette ai polsi, ci portarono in una stanza della caserma Carini. Lì, tra uno schiaffone e l’altro, conobbi il capitano Giuseppe Russo. Per i fatti di Bellolampo mi beccai una condanna a due anni di carcere che passai in una cella dell’Ucciardone. Dentro per la prima volta ebbi modo di conoscere la censura carceraria. Un cappellano e maresciallo, severissimi, ordinavano di tagliare dai giornali i titoli e gli articoli sulla mafia e le foto di donne un po’ svestite. Roba da parrocchia anni Cinquanta. E così in cella i giornali arrivavano con bellissime e ridicole finestre disegnate da precise e pazienti colpi di forbici: buchi sulle pagine per evitare pensieri cattivi s’insinuassero nelle teste dei carcerati. mafiosi o no, poco importava.

Fu in occasione di quella prima detenzione che appresi molte regole per vivere in galera (…)”.

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