Che cos’è per noi l’inizio?

Nonostante che tutto ci narri di un tempo circolare, l’uomo moderno è ostinato nel raffigurarsi un tempo lineare, il tempo del Progresso. Gennaio (Ianuarius), il mese del nuovo inizio, il mese del dio Giano (Ianus), apre la porta (ianua) del ciclo annuale. Alla mentalità progressista, però, la ciclicità ripugna. Pensare che tutto si debba ripetere, incessantemente, genera un fastidio insopportabile, non solo perché “l’eterno ritorno” è la negazione delle “magnifiche sorti e progressive” di una civiltà liberatasi dai “secoli bui”, ma soprattutto per un bisogno inestirpabile, quello di evadere dall’angusta prigione delle proprie viltà.

L’ipotesi avvilente che tutte le ore passate a compromettersi, a piegarsi, a infliggere pene insensate, a barattare la dignità per salire uno scalino nella società “che conta”, possano ripresentarsi come un dramma dalle repliche innumeri, getterebbe nello sconforto anche lo spirito più gagliardo. No! Non si può accettare questa ineluttabile discesa nel gorgo della ciclicità. Occorre fuggirne, finché si può, finché un’àncora consolatoria, sospesa sulle vorticose acque inferiori, si prolunghi verso il cronico naufrago e lo conduca alle sorti progressive – che ormai nessuno si arrischia a giudicare magnifiche.

L’uomo moderno: questo Edmond Dantes che scopre il complotto contro i diritti umani e si vendica di un tempo in cui la civiltà era fissata secondo inalterabili rapporti gerarchici, grondanti privilegi feudali, patriarcati inamovibili e servitù della gleba. Si vendica della Storia. Del resto, che cos’è la Storia se non una sequela di battaglie, condottieri, eserciti, conquiste, dinastie, imperi? Una lista interminabile di maschi bianchi dominatori, i cui antenati illustri, quando non erano divinità, erano almeno dei re, capaci di ricorrere finanche al cristianesimo pur di giustificare una guerra o l’istituzione di un’élite guerriera.

Non v’è, dunque, alcun inizio? A ben guardare, non se ne sente affatto il bisogno. Proviamo allora ad assumere la prospettiva degli ultimi arrivati, i moderni… Parafrasando il roveto ardente, noi siamo ciò che siamo, nient’altro, cosicché la memoria è ciò che la nostra volontà ha deciso di istituire come fondamento mitico dell’oggi, come racconto paradigmatico del presente stesso. Diciamo con orgoglio di saper investigare il passato, ma non ci accorgiamo di osservare soltanto il nostro sterile presente, l’unico e invariabile orizzonte cui ci è dato di rivolgere lo sguardo. L’uomo moderno non fa che parlare di sé, anche quando discorre del Pleistocene. Non può andare oltre i limiti del campo visivo dell’odierno, anche quando si raffigura nel più incerto futuro o nel più remoto passato. Immagina l’uguaglianza già applicata tra i cacciatori-raccoglitori che correvano nelle pianure siberiane; intravede una rivendicazione salariale sotto Ramses III; si esalta per la “democrazia” ateniese del V secolo o per quella romana di età repubblicana.

Ci sarebbe da chiedersi, allora, quando sia cominciato il Progresso, quando si sia manifestato l’unico inizio davvero accettabile, ma è impossibile ottenere una risposta che non sia in qualche modo tautologica, perché se l’uomo moderno è egli stesso il Progresso, non potendo rispecchiare che se stesso, ogni segmento temporale che costituisce la sua storia non è altro che una porzione riassuntiva di un tempo lineare e progressivo.

È in un siffatto tempo che il mercante conclude i suoi affari e l’usuraio calcola l’ammontare degli interessi attivi, perché la modernità è indubbiamente la creatura meglio riuscita del connubio tra questi due moltiplicatori di denaro. Eppure, il termine ciclo è stato trascinato fin nel lessico degli economisti, per spiegare la successione delle fasi di prosperità e depressione, legandosi, così, alle variazioni quantitative del fatidico prodotto interno lordo. Non c’è scampo: qui, ancora una volta, viene racchiuso nei limiti della quantità tutto il campo visivo dell’uomo moderno, restituendo a quest’ultimo la solita immagine speculare di se stesso. Così, l’essere si ri-solve (si scioglie, si liquefa) nel present continuous, non come pienezza di godimento dell’hic et nunc, sibbene come febbrile rincorsa delle proprie smanie, dei propri obiettivi a termine e dei progetti intesi come grottesca programmazione delle vicende umane. Nessun nuovo inizio, dunque, interviene a far inciampare il mondo lungo la linea distesa della modernità.

Questo ci vorrebbe: percorrere il tempo con la levità di chi può pentirsi dei propri peccati, ma è proprio ciò che manca a chi si incardina in un tempo ciclico. Viaggiare come chi non deve caricarsi su esili spalle tutte le generazioni passate, come chi attraversa uno spazio che non ha più confini, per assaporare l’ebbrezza di essere, insieme ad altri sette miliardi e mezzo, un cittadino del mondo, ultima speme per quest’atomo opaco del vulgo.

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