Geopolitica della superficialità

Parafrasando Feuerbach, noi siamo quello che mangiamo dai notiziari? Nella quarta meditazione metafisica, Cartesio affronta l’argomento del vero e del falso, muovendo dalla considerazione che l’uomo, collocato da Dio fra l’essere e il nulla, sia fatalmente esposto all’errore. Una condizione a cui l’uomo può, però, sottrarsi, riconoscendo la natura della volontà e accettando di sospendere il giudizio (epoché). La volontà, infatti, estendendosi molto al di là dei confini dell’intelletto, permette all’uomo di formulare giudizi anche quando non possiede idee chiare e distinte. Teniamo fermo questo punto: l’uomo è ontologicamente posto fra l’essere e il nulla, quindi – diremmo in altri termini – tra la conoscenza assoluta e la completa ignoranza. Muovendosi in questo spazio, è evidente, non c’è alcuna speranza che l’errore possa essere espunto dal giudizio. Ne vogliamo una conferma? L’attuale crisi iraniana ci offre il campo ideale per comprendere che cosa sia un giudizio che si muove tra l’essere e il nulla, e soprattutto ci mostra una volontà completamente libera di esprimere giudizi, anche su contenuti dell’intelletto che sono oscuri e imprecisi.

La facilità con cui si possono reperire informazioni, o ascoltare esperti che imbastiscono teoremi, non ha mai raggiunto i livelli odierni. Com’è noto a tutti, questa inflazione di notizie provoca una sorta di indifferenza, di anestesia, che non è esattamente lo strumento ideale per formarsi una opinione sugli avvenimenti e sulle eventuali conseguenze che essi possono avere. Una completa indifferenza, infatti, e lo sottolineava lo stesso Cartesio, è solo la dimostrazione di una mancanza di idee chiare e distinte, per cui diventa impossibile distinguere il vero dal falso. A proposito della eliminazione del generale iraniano – che il senso di colpa occidentale suggerisce di non definire con il suo grado militare, ma con appellativi che evochino scenari apocalittici –, si può dire che abbiamo avuto la possibilità di leggere quasi ogni tipo di interpretazione e di valutazione.

Vi è chi immagina che si sia trattato di un errore da parte delle forze militari statunitensi, intenzionate a eliminare un bersaglio di minore importanza e non direttamente legato agli iraniani; vi è chi pensa che una parte del Pentagono, incline all’impiego del massimo della forza per disintegrare il regime degli ayatollah, si sia assunta l’iniziativa per mettere all’angolo il Presidente statunitense, che negli ultimi tempi appariva disponibile al dialogo con l’Iran; non mancano, ovviamente, coloro che leggono gli avvenimenti come il tentativo da parte di Trump di recuperare l’immagine di politico risoluto e decisionista, appannatasi dopo che la Camera degli Stati Uniti ha avviato nei suoi confronti la procedura di impeachment; vi è, infine, chi suggerisce l’esistenza di un complotto interno allo stesso stato sciita, allo scopo di rimuovere una delle figure più ingombranti, un ostacolo al processo di riforma, in senso moderato, della politica iraniana.

Accanto a queste vi sono diverse altre posizioni, che mettono in risalto, di volta in volta, il quadro dei precari equilibri in Iraq, in Siria, in Libano, nello Yemen o nella più ampia regione del Medio Oriente, dove si incrociano interessi economici – legati in particolare al controllo dei giacimenti petroliferi e alle rotte lungo le quali viene trasportato il greggio –, e interessi politico-religiosi – l’espansionismo saudita nella penisola araba, il contrasto tra le comunità sunnita e sciita, la devastazione causata dal Califfato, la diffusione del salafismo e del wahhabismo. Una selva di teorie nella quale è ben difficile trovare una via di uscita e dove anche la bussola più efficiente risulta inadeguata.

Del resto, l’uccisione di Soleimani è un avvenimento troppo fragoroso e spettacolare – nelle modalità in cui si è verificato – per dissuadere anche i più inermi commentatori, prodigatisi, fin dai primissimi istanti successivi alla diffusione della notizia, nelle più ardite valutazioni geopolitiche. Un accadimento che ha donato, agli agguerriti vaticinatori della guerra mondiale, la ghiotta opportunità di esporre le più inquietanti, ancorché disarticolate, teorie sul destino del mondo.

Dopo la recente ondata millenaristica dei neoclimatici, non si avvertiva certamente l’assenza di ulteriori predizioni catastrofistiche. In fondo, occorre capire: il bisogno di accelerare la tessitura del sipario che dovrà calare sulla civiltà occidentale si è accresciuto, proprio mentre l’offerta di strumenti con cui esporre e diffondere le opinioni si andava ampliando come non era mai accaduto in passato.

Ma cosa sappiamo veramente, oltre al mero fatto dell’uccisione? Come possiamo tentare spiegazioni di avvenimenti quando le variabili implicite sono innumerevoli? Non nego a nessuno il diritto di correre furiosamente nelle selve oscure delle ipotesi, oppure di limitarsi, con Newton, alla più cauta descrizione dei fenomeni – “hypotheses non fingo” –, ma occorre riconoscere un aspetto in questa spettacolarizzazione degl’intricati scenari delle aree di crisi: la macchina mediatica lascia filtrare solo una gamma di colori, quelli che rendono il fatto “visibile” alle masse. Vi è, però, un infrarosso e un ultravioletto degli accadimenti che sfugge alla loro stessa possibilità di essere esposti. Non mi riferisco qui alla così detta “terza dimensione della storia”, che già presupporrebbe una mente capace di avere intelligenza di aspetti che superano l’ordinarietà, ma alludo semplicemente – si fa per dire – alla comunicabilità di elementi che, là dove agisce l’essere umano, operano in profondità. Di questo mondo delle profondità non si coglie pressoché nulla attraverso i media, i quali, per loro natura, possono soltanto navigare sulla superficie delle acque, curando di non inabissarsi alle prime burrasche.

Le intenzioni, le finalità, gli scopi immediati, i tradimenti, le tattiche, le contrapposizioni strategiche, gli agenti doppi, gli obiettivi di medio e lungo periodo, le casualità, i dissidi, i capovolgimenti repentini, le faide, le dissimulazioni: un insondabile intrico di forze, la cui analisi è una fatica di Sisifo che neanche il più accurato calcolo vettoriale riuscirebbe a risolvere. Pur tuttavia, l’ambizione allo svelamento dell’essere induce l’uomo al piccolo appagamento della spiegazione, proprio come se certi avvenimenti fossero in qualche modo “ri-piegati” su se stessi, conferendo al dotto il doloroso compito di aprirli e di farne qualcosa di piano, di leggibile, offerto gratuitamente allo sguardo dei curiosi. E più l’intrico si avviluppa, più cresce la smania di capire e, con essa, la disponibilità ad accettare la spiegazione degli “esperti”, i quali, immancabilmente, impartiscono il magistero dalle colonne dei mezzi di informazione, ripristinando, con la parola sapientemente scelta e disposta, quell’agognato “ordine” che gli avvenimenti, con furia eversiva, si ostinano a far saltare.

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