Guai a voi, anime prave!

È inutile prendersi ancora in giro: lo Stato laico non è mai esistito! Tutt’al più s’è manifestato, come breve parentesi ludica tra ierocrazie e diritti divini, quando ha vestito i panni che i progressisti gli hanno cucito secondo le fuggevoli mode del secolo. Guardiamo ai fatti: non vi è mai stato rex senza religio – lo aveva già chiarito “quel grande” che temprò lo scettro ai regnatori –, la religione assumendo la funzione essenziale di instrumentum regni, senza il quale non è possibile conservare il potere. Col termine “religione” non intendo ciò che era nel primigenio costume romano – ossia un insieme di pratiche e di culti riservati alle divinità –, ma ciò che essa è diventata con la propaganda paolina del monoteismo: l’adesione interiore a un credo, che si traduce nella pratica della conversione e, soprattutto, del proselitismo.

I tempi cambiano e il rex non indossa più il manto di ermellino, non impugna lo scettro, non ama neanche manifestarsi in pubblico – dovendo ricorrere incessantemente a vestiti nuovi –, pretende di non essere chiamato “Maestà”, ma non può fare a meno della religio, anche se questa deve a sua volta adeguarsi ai tempi. Lo sanno bene coloro che, instancabili, vergano le effimere pagine dei quotidiani, e che alla domanda del sommo vate, “se tutti fuor cherci / questi chercuti a la sinistra nostra”, avrebbero risposto non solo affermativamente, ma rimarcando anche la collocazione politica evocata nell’endecasillabo dantesco. Dal taglio della tela operato dalla Columbia University si intravede – oltre al folto schieramento sinistrorso dei giornalisti/chierici italiani – una lunga attesa: dell’autodafé, della contrizione, della pubblica confessione, del fumo dei roghi…

Vi fu un tempo in cui il paganesimo assicurava la convivenza tra le più disparate diversità di culto – ognuna delle quali era proiezione delle diversità etniche –, mostrando una spiccata tendenza ad accettare le differenze. È sorprendente notare che prima della folgorazione che colpì il professor Popper sulla via di Londra, era già chiaro agli imperatori romani che si poteva ammettere qualsiasi religione, tranne quella che, dichiarandosi vera in via esclusiva, introduceva l’intolleranza. La reductio ad unum operata dal monoteismo annichiliva le differenze e imponeva l’uniformità ideologica e morale (a cui si arriva con l’editto di Tessalonica, nel 380). Tuttavia, questa uniformità si è presto manifestata come un’astrazione inattuabile. Per sussistere, infatti, essa richiede necessariamente che vi sia un occhiuto sorvegliante, uno “zelota” che badi al rispetto dei precetti e all’omologazione delle opinioni; richiede che l’assemblea dei credenti coincida progressivamente con l’intera umanità e che ogni tipo di alterità sia eo ipso giudicato come falso e bugiardo; pretende, infine, che non vi siano popoli o vincoli familiari, ma una sola popolazione, nella quale il conflitto sia sparito, per far posto alla compassione e alla mansuetudine.

Con vezzo letterario, questo occhiuto sorvegliante è stato oggi battezzato “grande fratello”. Esso si serve, grazie all’infaticabile opera dei suddetti chierici, di un sistema mediatico integrato, allo scopo di additare, condannare e sanzionare ogni condotta difforme, ogni espressione che non sia omologata; ripete costantemente i dogmi della fede, vigilando, in pari tempo, su tutte le deviazioni dall’ortodossia, ed esponendo alla gogna, o incatenando nelle galere, i disadattati. Per costoro è stata coniata la formula “sovranismo psichico”, accompagnata dal caratteristico sentore di diagnosi clinica, ma – pure riconosciuti, dai più noti psicanalisti à la page, in condizione di infermità mentale – non godono dei benefici di un trattamento sanitario al di fuori delle residue istituzioni manicomiali e vengono consegnati al braccio secolare. Intanto si vanno predisponendo nuovi strumenti di intervento contro i reprobi, allo scopo di liberarli dalla cattività diabolica. Invertendo il corso del tempo, le nuove pratiche in fase di sperimentazione ci riportano al 1252, quando, con una bolla divenuta famosa, papa Innocenzo IV autorizzò l’uso della tortura per estirpare “l’eretica pravità”. Lo Stato di diritto non era neanche un’ipotesi giuridica fantasiosa e il semplice “sospetto” che l’accusato potesse essere un eretico bastava a considerarlo eretico a tutti gli effetti. In quel tempo vigeva il “processo romano-canonico”, in virtù del quale le prerogative della magistratura si rivelavano di indubbia efficacia: un medesimo magistrato, infatti, avviava il procedimento, svolgeva l’inchiesta – la sua opera inquisitoria poteva essere accelerata, quando necessario, mediante l’impiego di validi mezzi di persuasione – e, infine, emetteva il giudizio.

I processi di mutazione intervenuti sul piano del potere e su quello della religione hanno determinato nella società del consenso un cambiamento nelle modalità della persuasione. Agli strumenti in voga nei secoli passati, grazie ai quali il magistrato poteva ottenere una rapida e completa confessione da parte dell’eretico, oggi subentrano metodologie cliniche più facilmente accettabili e socialmente tollerate – del resto, sono scientifiche! – come, per esempio, la somministrazione di ossitocina, per estirpare “la paura del diverso radicata nel nostro cervello”. Combinato con l’esibizione di specifici modelli comportamentali, quest’ormone pare avere effetti significativi sulla riduzione della xenofobia, almeno così risulta dagli esperimenti condotti nelle università tedesche. Tuttavia, nel caso in cui l’eretico dovesse mostrarsi oltremodo recalcitrante, si potrà fare ricorso alla stimolazione cerebrale non invasiva, onde apportare le indispensabili modifiche ai “meccanismi biologici del cervello responsabili della generazione [degli] … stereotipi” e dei “pregiudizi inconsci di tipo etnico/razziale”. L’uguaglianza, cui mira invano l’Occidente da almeno due secoli, non è mai stata così prossima a realizzarsi. Dopo il fallimento dell’ideologia leninista, l’ingegneria genetica e le neuroscienze determineranno le condizioni per raggiungere finalmente “il mondo nuovo”, in cui i conflitti saranno cessati e l’eretica pravità definitivamente estirpata.

Le eresie, insegnano gli esperti, nascono soprattutto in momenti di crisi profonda, in periodi di difficoltà – anche materiali –, per favorire quei cambiamenti necessari a superare la crisi. Non a caso esse riscuotono il consenso di ampi strati della popolazione, specialmente quando si tratta di stigmatizzare le intemperanze di un clero lascivamente aggrappato al potere e alle ricchezze. La comunità dei “buoni uomini”, i Perfetti, largamente diffusa nell’Italia settentrionale durante il XIII secolo, costituiva un esempio di gruppo determinato a dimostrare la possibilità di essere “veri cristiani”, imponendo, prima di tutto a se stessi e poi additando al mondo, un più radicale rispetto del messaggio evangelico e un distacco autentico dai beni materiali (insomma, dei populisti). La Chiesa, dal canto suo, non poteva solo reprimere con l’Inquisizione e con la crociata, pertanto consentiva l’istituzione di nuovi Ordini monastici, che, in qualche misura, erano affini alle eresie, dalle quali si discostavano non solo per la comprovata ortodossia dottrinale, ma anche per una funzione di fermo contrasto ai movimenti ereticali. Erano, cioè, strutturati per apparire agli occhi dei credenti come la giusta risposta alle esigenze diffuse di adesione alla verità evangelica, ma, di fatto, esercitavano un’opera d’implacabile contrasto all’eresia. Una sorta di “contrasto all’opposizione”, come quella che vediamo andare in scena nelle piazze delle nostre città, nelle quali una nuova Chiesa globalista sguinzaglia i suoi domini canes, i cani da guardia della globalizzazione, con cui inseguire e perseguire le attuali eresie, prima che queste contagino, con le loro dottrine malvagie, i mansueti credenti.