I giorni dei non morti

Gli equilibri vitali non sono stabili, non persistono nella materia vivente per lungo tempo, ma si rivelano dinamici, in continuo adattamento alle condizioni ambientali. La vita non è equilibrio e in realtà tutti i processi biochimici, in ogni singolo spostamento di energia e di materia, generano squilibrio ed entropia. I filamenti di acido nucleico, nella duplicazione e nella trascrizione del genoma, si generano per simultanea attività costruttiva della polimerasi e distruttiva della pirofosfatasi. Continuamente le cellule nei tessuti vanno incontro a distruzione e rigenerazione, in un ciclo che non si arresta, in vita. Non si raggiunge l’equilibrio se non con la morte. Tuttavia i fenomeni vitali tendono sempre all’equilibrio; va da sé che, quindi, tendano alla morte. In ogni nostra singola cellula c’è la morte, come tendenza, come impulso vitale, come sana e inevitabile tensione: questa è la vita. Escludere la morte dalle nostre esistenze è innaturale e ci impedisce di vivere.

Noi siamo mortali e uno dei nostri compiti è prepararci alla morte, nell’intero arco della nostra esistenza.

Una volta si sapeva (o si sospettava, forse) di avere in sé la morte come il frutto ha il nocciolo. I bambini ne avevano una piccola in sé e gli adulti una grossa. Le donne l’avevano nel grembo e gli uomini nel petto. La si aveva e questo dava a ciascuno una speciale dignità e un silenzioso orgoglio.” (Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, 1910)

In questa fase della nostra civiltà, invece, si muore soli, per la paura di un contagio invisibile. Gli individui si isolano volontariamente, si separano, si perde ogni forma di coesione profonda e atavica tra di loro, recidendo i legami con gli anziani e con il loro stesso sangue. Nelle civiltà antiche il sangue degli avi scorreva nel sangue dei viventi, la comunità era un organismo con una propria energia vitale, con un respiro che si protraeva nei secoli; adesso si muore in solitudine.

Cosa resta dopo tutta questa solitudine, questi momenti persi in cui i legami potevano essere saldati, in cui le famiglie potevano formarsi, in cui i figli potevano nascere e i bambini potevano incontrarsi e giocare?

Nessun incontro, nessun legame, nessun avvenire. La comunità si spegne, quando le luci dei lampioni cittadini si affievoliscono e inizia il coprifuoco. Che sarà della morte in questa assenza di vita? Neanche la morte potrà resuscitare il nostro senso di comunità.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale

Invidierà l’illusïon che spento

Pur lo sofferma al limitar di Dite?

Non vive ei forse anche sotterra, quando

Gli sarà muta l’armonia del giorno,

Se può destarla con soavi cure

Nella mente de’ suoi? Celeste è questa

Corrispondenza d’amorosi sensi,

Celeste dote è negli umani.”

(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, 1807)

Questa corrispondenza si è interrotta, la paura rende muti, remissivi di fronte agli obblighi imposti dai dittatori di turno, che oramai, più che limitare il contagio, sembrano avere come unico scopo la limitazione della vita, in ogni sua manifestazione comunitaria.

Il popolo italiano, come quello europeo, sta andando incontro all’estinzione, per il calo della natalità, ma come si può pensare di risolvere il problema demografico quando si sta rendendo impossibile conservare le relazioni umane, intime, familiari, con le norme di isolamento fisico tra gli individui? La ripresa delle nascite prevede unione, coesione e appartenenza a un nucleo familiare. Dopo aver distrutto il senso di comunità, il nuovo obiettivo è quello di annichilire la famiglia. L’altro è visto come veicolo di contagio, di morte e suscita timore. Il dissolvimento della comunità e del nucleo familiare porterà, di questo passo, inevitabilmente anche alla scomparsa del nostro avvenire, che, di giorno in giorno, diviene sempre più inconsistente, in una concezione moderna che riesce a vedere solo il presente, che non ha orizzonti, quindi che non ha futuro.

Dopo la scissione dei legami sociali e comunitari, si passerà alla perdita dell’integrità e della salute individuale con la contaminazione organica, cellulare, genomica per mezzo dei nuovi farmaci a RNA messagero.

Stiamo andando incontro a una rivoluzione biotecnologica in cui i farmaci convenzionali saranno gradualmente sostituiti da quelli a mRNA . Il vaccino per il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 aprirà la strada all’immissione sul mercato di altri farmaci di questa specie. Tuttavia, nonostante i divulgatori vogliano farci credere che questi prodotti siano i più efficaci, i più economici e i più sicuri, bisogna anche ammettere che, quando si costruisce una molecola di RNA messaggero artificiale e la si inserisce nelle cellule umane, si va ad attivare una rete complessa di informazioni, molte delle quali sono imprevedibili e ancora difficilmente individuabili. Non è un semplice principio chimico attivo quello che inoculiamo nel citoplasma cellulare, quindi dobbiamo abbandonare la vecchia concezione del farmaco. Per questo motivo, la sperimentazione dovrebbe essere condotta per un periodo più lungo – non più breve, come avviene nel caso del vaccino a RNA – , in modo da studiare tutte le implicazioni genetiche ed epigenetiche conseguenti alla somministrazione del farmaco. Che succederebbe se questo RNA messaggero arrivasse in cellule cancerogene, o mutate, o nelle cellule di un soggetto che ha patologie autoimmuni? Vi sono ancora molti dubbi sulla possibilità di definire sicuro un farmaco che simula l’azione del virus nella cellula ospite, quando ancora non siamo del tutto a conoscenza della grande molteplicità di possibili risposte individuali dei diversi ospiti a questo agente virale.

Tuttavia la cosa più importante è che ne sia sicuro il virologo-primadonna di turno e che lo sappia spiegare in televisione agli spettatori, trattandoli come bambini delle elementari.

La biologia è complessità – e spesso incertezza – e semplificarla per discuterne in televisione o su Facebook ha come unico obiettivo una mise-en-scène, la creazione di un’illusione per soddisfare e saziare il grosso pubblico.

Questa è la civiltà degli imbecilli, degli imbambolati davanti agli schermi della televisione, del computer, dello smartphone, ad aspettare la diretta, o la videochiamata con l’amico o il bollettino in cui si contano i contagi e i decessi. E ci si sente felici di essere vivi – e non morti – , nonostante tutto.

Si consumano così i giorni – perché si tira a campare, nonostante tutto – , ma non c’è da preoccuparsi più di tanto, perché questi sono giorni inutili, questi sono soltanto i giorni ormai trascorsi, i giorni dei non morti.