Il dovere di sradicarsi

Uno dei principali nodi gordiani del diritto internazionale è rappresentato dalla libertà, di cui godono pressoché tutti i cittadini, di trasferire la propria residenza in un altro Stato. Si tratta del diritto all’emigrazione, riconosciuto ormai dalla quasi totalità dei Paesi, a fronte del quale – fa notare qualcuno – non vi è, però, un simultaneo diritto all’immigrazione, cioè la libertà di trasferirsi là dove si ritiene che sussistano le condizioni più congeniali alle proprie aspirazioni. In altri termini, un cittadino può lasciare il proprio Paese, ma non può imporre la propria residenza al Paese di destinazione Questo, infatti, valuta se vi siano le condizioni per l’ingresso, dopodiché rilascia un permesso di soggiorno, che ha una sua precisa scadenza, a cui l’immigrato deve attenersi per evitare di trovarsi in condizione di clandestinità.

Questo tema è al centro di un interessante saggio, pubblicato nel 2013 a Parigi per i tipi di CNRS Éditions. La casa editrice, come si può intuire dall’acronimo, dipende direttamente dal Centre national de la recherche scientifique, la principale tra le istituzioni scientifiche francesi, corrispondente, per intenderci, al nostro CNR. Dunque un argomento di cui si tratta ai massimi livelli e al quale si è dedicata una direttrice di ricerca del CNRS, la politologa Catherine Withol de Wenden, docente a Sciences Po, ossia l’Istituto di Studi Politici, dove ancora si forma la classe dirigente francese. La Withol de Wenden, che a Sciences Po tiene un corso sulle “migrazioni internazionali”, è anche attivista del diritto all’immigrazione in Francia, oltre ad essere membro del Consiglio scientifico del Cercle de la Licra, un think tank (più precisamente, “un lieu de réflexion et d’influence”) di cui si è dotato la Lega Internazionale Contro il Razzismo e l’Antisemitismo (Licra).

L’autorevole saggista, dunque, mette in evidenza questo sbilanciamento dei diritti: si può emigrare liberamente, ma non si può, altrettanto liberamente, insediarsi in un qualsiasi Paese. Questo è un problema, perché lo stesso diritto di emigrare resta, in un certo senso, monco, dal momento che un individuo che lascia la propria terra di origine, non ha nessuna certezza che potrà ricostruire il suo progetto esistenziale là dove più gli aggrada. Dovrà, infatti, sottostare alle differenti legislazioni nazionali, le quali possono variare in funzione dei governi che si alternano alla guida dello Stato, delle consuetudini locali, delle crisi internazionali o regionali, insomma l’immigrazione non è così libera come è, de iure et de facto, libera l’emigrazione.

L’autrice rileva un aspetto che forse a molti è sfuggito: “Una delle più grandi ineguaglianze dei nostri giorni consiste, in effetti, nel paese di nascita di ciascuno”. È l’aspetto paradossale della società attuale, quella che valorizza la “mobilità dei cervelli, dei turisti, degli esperti, degli studenti, degli imprenditori, degli inventori e degli artisti”, ma non quella del resto delle persone, nonostante che i maggiori enti internazionali, dall’ONU all’OCSE, fino all’OIM (Organisation internationale pour les migrations) e all’ILO (International Labour Organization), abbiano riconosciuto che “la mobilità è un fattore essenziale dello sviluppo umano”.

Il quadro teorico di riferimento della politologa francese è essenzialmente quello del liberalismo lockiano e del cosmopolitismo di matrice kantiana, per cui si indirizza verso la definizione giuridica del “cittadino del mondo”, elemento fondativo di una nuova umanità, che, sulla scorta delle riflessioni di Bauman, vede proprio nei migranti e nei rifugiati la prefigurazione di “una cittadinanza mondiale nella quale lo Stato è lontano dall’essere l’attore principale”. In definitiva, nel mondo della “società liquida”, la prima istituzione ad essere messa in liquidazione è lo Stato nazionale, residuo di concezioni vetuste, superate dall’intensificarsi della mobilità a tutti i livelli, cosicché, progressivamente, “L’individuo postnazionale si sostituisce alla cittadinanza come fonte di diritti”.

Dunque, questa asimmetria, determinata dall’esistenza di un diritto all’uscita cui non corrisponde un diritto all’entrata – a causa del permanere della sovranità degli Stati in materia di immigrazione – richiede un radicale cambiamento di prospettiva, che solo può arrivare dall’istituzione di una “governance mondiale delle migrazioni”. A questo obiettivo si sta puntando almeno dal 2006, per “la definizione di un diritto di migrare che consista in un’inversione della logica che autorizza la mobilità in quanto diritto dell’uomo del XXI secolo”. Gli Stati che vorranno limitare gli ingressi, a questo punto, si troveranno nella condizione di dover fornire valide giustificazioni della loro scelta. Come sottolinea, con invidiabile chiarezza, l’autrice: “La governance mondiale delle migrazioni mette l’individuo migrante, e non lo Stato, al centro del sistema, aiutandolo a realizzare il proprio progetto di vita, ossia accompagnandone la mobilità come bene pubblico mondiale suscettibile di produrre, a favore di tutti, ricchezza, benessere, sapere e attenuazione delle grandi linee di frattura del mondo”.

Come ebbe a scrivere un ricercatore indipendente, Valerio Lo Monaco, in un suo saggio del 2016,“Governance: l’autoritarismo moderno”, attraverso l’impiego del termine “governance” si rivela l’intenzione di sottrarre gradualmente il potere alle istituzioni legittime per attribuirlo ad entità sovranazionali, in nome della necessità di regolare un mercato divenuto oramai globale. Dietro questo termine, dunque, si coglie il dispiegamento di un progetto di potere mondiale, che di fatto ha già ridimensionato drasticamente le prerogative degli Stati nazionali e dei popoli che li hanno istituiti.

Non casualmente, dunque, nel saggio della politologa francese affiora ripetutamente il termine governance, rappresentazione semantica di una concezione del potere che sottende una pressoché completa eliminazione degli Stati nazionali. Qui, manco a dirlo, vengono riproposte le tesi secondo le quali “la storia ci insegna che le migrazioni migliorano le sorti di coloro che partono, ma fanno anche avanzare l’intera umanità … Che lo si voglia o no, le migrazioni continueranno poiché esse fanno parte della vita”. Più avanti si legge, per sovrappiù, che “questi movimenti fanno parte integrante del processo di globalizzazione … e contribuiscono ad attenuare i divari nella distribuzione della ricchezza”.

Ognuno, quindi, dovrebbe essere persuaso dello straordinario vantaggio che le migrazioni avranno, se affidate a un ente sovranazionale, lontano dalle piccole prospettive localistiche; un ente in grado di comporre tutte le controversie e produrre quella governance mondiale con cui giungere ad una regolamentazione della migrazione, prevedendo un sistema perfettamente bilanciato tra il diritto di uscire e quello di entrare. Il diritto di emigrare, s’è detto, deve avere come contropartita il diritto di immigrare, il quale, a fortiori, non può che compiersi con la contestuale “definizione di una cittadinanza al di fuori dei confini, deterritorializzata”, che si applicherà ai “cittadini mobili”, ultimo stadio di un secolare processo di annichilimento delle differenze e delle qualità dei popoli, corollario imprescindibile all’edificazione di un unico Regnum globale.

Il Piantagrane Magazine© è un progetto editoriale d'opinionismo generalista che disserta su ciò che vi pare e piace con un unico scopo: essere zona franca del lettore contro la banalità della noia per analizzare spaccati di realtà politicamente scorretti. Se volete altro, attivatevi gli RSS delle agenzie stampa.

È concessa qualsivoglia riproduzione contenutistica previa citazione de Il Piantagrane Magazine© (www.ilpiantagrane.com).

Le foto presenti su Il Piantagrane Magazine© potrebbero esser state prese da internet e pertanto valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione scrivendo a ilpiantagranemagazine@gmail.com.

Per il resto, vivi e lascia vivere ché qua chi male vive, male muore.