In Sardegna avete chiuso tutto. E nessuno se ne frega della morte della danza

Ichnussa, della scrittrice M. Valeria Manconi. Appuntamento ogni venerdì con la sua rubrica

Sono passati ormai dieci mesi dall’inizio di questa pandemia che ha travolto, affossato e ridotto alla fame tantissimi settori. Nel mese di luglio, quando pareva che la situazione si fosse risollevata, in tanti hanno potuto riaprire accompagnati dalle dovute precauzioni del caso.


La danza, un settore culturale un po’ trascurato e poco considerato, si è messa in moto per convertire i propri locali a misura di covid.
È stata creata una sala apposita per eventuali pazienti covid; sono stati igienizzati gli impianti di areazione forzata per le sale senza finestre; tutto dal pavimento al soffitto è stato sanificato e continuava a essere fatto dopo ogni lezione; il numero degli allievi è stato ridotto perché bisognava tenere una distanza iniziale di 2 metri, diventati poi 3 e infine 5 tra ogni allievo; gli spogliatoi sono stata sigillati così da non creare assembramenti; le sale, dove possibile, sono state ampliate per permettere a tutti di entrarci.


Chiaramente tutti questi lavori straordinari hanno aggiunto una spesa considerevole alle già precarie tasche dei presidenti delle associazioni dilettantistiche di danza classica.
Speranzosi hanno riaperto le porte delle loro aule tra settembre e ottobre, indebitati fino al collo. Porte che poco dopo, a fine ottobre sono state richiuse con forza dopo la nuova crescente e preoccupante ondata di contagi.


Chiunque penserebbe che si tratta solo di “sport”, che le associazioni come queste servono ben poco alla società e che questa pandemia ha portato con se altri problemi più importanti, ma solo in Sardegna contiamo circa 100 scuole di danza. Una trentina in provincia di Sassari, una decina in provincia di Oristano, un’altra decina in provincia di Nuoro e una quarantina in provincia di Cagliari.


Molte scuole, nate e vive da almeno quarant’anni, preservano un patrimonio artistico e culturale molto trascurato, nutrono i giovani, creano aggregazione e si tengono in piedi da sole grazie alle rette degli allievi. Ricordiamoci che se chiudono le scuole, si mette a rischio tutto ciò che gira intorno agli allievi, come i negozi di scarpette e tutù, sarte e teatri. Forse c’è la convinzione che la danza sia rappresentata solo da persone sgambettanti, in realtà è la custode di sogni giovanili, l’impegno degli insegnanti sottopagati e di tutti quelli che vi prendendo parte, giorno dopo giorno, rendendo possibile uno spettacolo anche se realizzato in un piccolo teatro di provincia.
Un intero anno di lavoro è andato ormai perduto e se la situazione non migliora verrà perso anche questo in corso.


In seguito a questa pandemia è stato creato un organo di rappresentanza per tutelare le scuole e gli insegnanti di danza denominato AssoDanza Italia. Fondato da 22 direttori di scuole rappresentanti tutte le regioni d’Italia, con lo scopo di unire in un’unica voce organizzata ed efficiente tutte le piccole realtà nazionali. Dimostrando, così, di essere tanti, uniti e non più ai margini della società.


La cultura, forse, non viene considerata come pilastro della società, ma che succederà se alla fine di questa pandemia nessuno riuscisse più ad aprire?
In Sardegna sono già 5 le scuole di danza costrette a chiudere, quante ancora dovranno perire?


I nostri figli dove troveranno, all’interno del sociale, una sala in cui formarsi, essere motivati, ritrovarsi, soprattutto in territori socialmente difficili o in località isolate?
Dovremo cercare di non lasciare nessuno indietro. La cultura è ciò che rende viva una società, senza di essa saremo solo animali.

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