La Cina conquisterà il mondo? Lo dissero pure di Giappone, Germania e USA

È di ieri la notizia per la quale la Cina diverrà la superpotenza economica mondiale a partire dal 2008. Tra chi ipotizza la manipolazione cinese circa il Sars-Cov-2 e chi il merito dei piccoli negozianti cinesi presenti in Europa, proviamo a vederci chiaro, ponendo in essere considerazioni un tantino più macroeconomiche.

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La crisi del 2008

Solo venti anni fa la tristissima crisi che, a detta di molti, derivò da un contemporaneo squilibrio economico-mondiale: da un lato gli Stati Uniti che avrebbero speso molto più di quanto avrebbero prodotto, e dall’altro la Cina che avrebbe prodotto molto più di quanto avrebbe speso.

Realmente vero? Non proprio. Quando molti analisti propinano certe baggianate tengono conto solo dell’economia chiusa, scevra cioè di importazioni ed esportazioni. Il motivo è semplice, e un po’ risiede nella incapacità del lettore medio di comprendere i fenomeni economici basilari, un po’ nella convenzione accademica di semplificazione.

L’ipotesi che uno Stato possa spendere più di quanto produca è ammissibile salvoché ci si indebiti verso uno Stato che faccia esattamente l’opposto. Creditore e debitore, a livello interstatale. Affinché ciò avvenga, occorre che il creditore investa avendo fiducia nel debitore, altrimenti chi ripagherà i debiti?

I cinesi, grazie alle loro copiose esportazioni, hanno accumulato risparmi e li hanno investiti sia in Europa che negli USA. Il motivo? Semplice, in Cina non ci sono grandi opportunità di finanziare tali da allettare gli investitori, siano essi imprenditori che famiglie.

Gli States fecero all’incirca la stessa operazione. Dagli anni Cinquanta investirono tantissimo in Germania e in Giappone, creando così un forte indebitamento del settore pubblico (meno delle famiglie. I privati americani risparmiano poco e giocano molto in borsa, persino le casalinghe).

In molti ricorderanno i grandi marchi tecnologici giapponesi, e sembrava quasi che i nipponici fossero capaci di acquistare l’intera New York tramite i loro risparmi. Il concetto che il risparmio sia diversificato dall’investimento è fondamentale per comprendere la composizione del Pil, inteso come somma di investimento, spesa pubblica, consumi, ma al netto della differenza tra esportazioni e importazioni.

E mentre i nipponici sembravano potersi comprare tutto, la Germania esportava ovunque i suoi mezzi, e gli Stati Uniti, se da un lato apparivano “acquistabili”, dall’altro erano descritti come i grandi conquistatori in materia estera, creando polveriere mediorientali ancor tutt’oggi esistenti.

Gli equilibri macroeconomici sono un asset creditorio-debitorio, e nessuna economia, per quanto gloriosa, è illimitata.

Ma cosa accadde?

Il Giappone non acquistò mai Manhattan, la Germania non governò il mondo, e gli Stati Uniti iniziarono a fermare la loro pretesa espansionistica con tanto di critica persino da parte dei repubblicani.

Le recenti scelte economiche di Donald Trump sono l’esempio di come una economia non possa investire e indebitarsi in eterno, col rischio di continue bolle speculative.

La questione reale è riciclare i risparmi. E stavolta pare che la colpa sia stata proprio del finanziarismo, incapace di dare solide certezze agli investitori.

La Cina fa parte dei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), ovvero è uno di quegli Stati particolarmente forti che hanno registrato una crescita tempisticamente veloce essendo economie giovani, non antiche come quelle europee, con casi di Pil a +10% annuo.

Le ragioni del successo cinese sono pertanto da rinvenvire nella rapida accumulazione di capitale essendo un popplo risparmiatore, e nel forte tasso di crescita tecnologica.

La radicata matrice comunista dello Stato, e della pubblica amministrazione, fa sì che la Cina passi a una economia di mercato finanziario in maniera più lenta rispetto agli altri paesi del Bric, mantenendo pertanto saldi i concetti proprio della macroeconomia pianificata keyensiana.