La democrazia che odia il “demos”. Accenni di morte del liberalismo negli USA?

È di quattro morti e tredici feriti il bilancio delle proteste ieri avvenute a Washington a seguito degli scontri tra i sostenitori del Presidente uscente Donald Trump e le forze di polizia poste a difesa dei palazzi istituzionali.

Un evento criticato da più parti. Tra chi discorre di attacco alla democrazia e chi di naturale conseguenza alle dichiarazioni “bellicose” (cit.) di Trump, proviamo a vederci chiaro.

Negli Usa

Nel Paese del sol Calante la situazione è abbastanza netta. Per mesi la comunicazione massmediatica ci riferiva di disperazione dilagante in cui versavano gli statunitensi, disposti persino a scendere in campo per la testa del marito della bella Melania.

Già il risultato elettorale tutto fu tranne che netto, con una richiesta di riconteggio recentemente rifiutata in Georgia capace, a detta di molti politologi, di ribaltare il risultato, confermando per il secondo mandato proprio Donald Trump.

Vien da sé che i suoi oppositori abbiano celermente criticato sia i tafferugli che la comunicazione di Trump, legittimando di fatto la successione di Joe Biden e la “pacifica” accettazione del risultato elettorale.

In Italia

Nel Bel Paese le condanne sono stati plurilaterali. Lo stesso Matteo Salvini ha parlato di attacco alla democrazia. Diversa la comunicazione di Giorgia Meloni che, forte dell’attuale 16% secondo relativi sondaggi, ha sì condannato il condannabile, senza però scadere nel qualunquismo della citazione del sostantivo “democrazia”.

Non che sia antidemocratica, tutt’altro. Evidentemente ha capito che è il momento ideale per strizzare l’occhio a quella destra elettorale ex fiuggina che, dopo un iniziale e improvviso appoggio a Salvini, sembra molto distante dalle posizioni leghiste, tanto da farla scivolare a un comunque sempre corposo 26% elettorale

Forti, al contrario, le critiche dalla sinistra italiana, totalmente livellata sulla falsariga dell’attacco alla democrazia.

Attacco alla democrazia?

Ma quale attacco. Qui i valori della democrazia non sono assolutamente messi in discussione. Anzi, a ben vedere, un popolo che insorge esprime un disagio verso il sistema, ed è molto più foriero di valori democratici di altre forme di silenzio.

Qui il problema è che non si voglia ammettere la ghettizzazione sociale vigente negli States. Da sempre. Trump non c’entra e da anni è l’incarnazione del mito liberale che “da solo” – sebbene qualche milioncino di partenza – ce l’ha fatta. Quel modello in stile La Ricerca della Felicità, che ora proprio i democratici di sinistra rifiutano.

In piazza c’erano gli ultimi, gli esasperati, i timorosi della nomina dell’ennesimo Dem che esporterà democrazia a suon di bombe. Così come, nelle vecchie elezioni, Trump prese la maggioranza del voto ispanico, in barba alle accuse di razzismo provenienti dalla stampa occidentale.

Il limite del significato delle parole è spesso labile. Parlare di razzismo perché si vuol fermare l’immigrazione clandestina o discorrere di salvaguardia dei diritti lavorativi degli immigrati regolarmente residenti sul territorio è la stessa cosa. Occorre solo capire che la medaglia abbia sempre due facce.

In gioco, per la prima volta nel millennio, sono le teorie di coordinazione sociale. E il sospetto che la democrazia liberale abbia più di qualche problema.

A noi degli States deve interessare il giusto. Una cosa è certa: la sovranità appartiene al popolo, non alla democrazia.

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