“Nostri canti assassini”, uno dei testi più significativi di sempre sulle esperienze carcerarie – VIDEO

“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” (Fëdor Dostoevskij)

Da molti considerato come uno dei testi più belli della discografia di Massimo Morsello, ingiustamente relegato a canto “fascista” per le chiare esperienze di vita dell’autore, “Nostri canti assassini” assurge a vero e proprio inno per tutti coloro i quali non solo vissero determinate esperienze di latitanza e di contrapposizione allo Stato, ma anche per chi, oggigiorno, si vede violare i diritti basilari tra detenzioni carcerarie e persecuzioni della magistratura, tra il silenzio dei mass media.

Si dovrebbe ascoltare ogni giorno qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e se possibile, dire qualche parola ragionevole

Goethe

Massimo Morsello è considerato da molti comunisti un vero e proprio baluardo del cantautorato italiano, in barba a coloro i quali vorrebbero giudicarlo per le sue posizioni politiche. Come sempre, occorre contestualizzare gli eventi anziché giudicarli coi parametri odierni.

Testi come “Nostri canti assassini”, a distanza di decenni, pongono sullo stesso piano coloro i quali si batterono per degli ideali, finendo per venir catalogati come i fautori degli Anni di piombo, condannati per sempre al giudizio di una comunicazione non sempre super partes tendente a punire, col pubblico ludibrio, chiunque abbia avuto esperienze carcerarie, come se avere una fedina penale pulita equivalga a qualche tesserino di moralità. Elargito dallo Stato, poi.

La musica non è di destra o di sinistra. Non è partitica. Non è di certo colorata. Anzi, col senno di poi, diventa – paradossalmente – la mano che apre quel cassetto della memoria all’antagonista politico, accomunato dalla fierezza di aver posto in essere una guerra contro uno Stato non sempre considerato libertario.

Un inno generazionale per chi visse galere, pene, opinione pubblica e latitanze forzate. Un inno attuale ancor oggi per chiunque subisce vessazioni da una legge penale troppo spesso ambigua e non dedita al reale reinserimento in società del detenuto.

Indice dei contenuti:

Il testo

Entrammo nella vita dalla parte sbagliata in un tempo vigliacco, con la faccia sudata,

ci sentimmo chiamare sempre più forte, ci sentimmo morire ma non era la morte

e la vita ridendo ci prese per mano, ci levò le catene per portarci lontano.

Ma sentendo parlare di donne e di vino, di un amore bastardo che ammazzava un bambino

e di vecchi mercanti e di rate pagate e di fabbriche nuove e di orecchie affamate.

pregammo la vita di non farci morire se non c’era un tramonto da poter ricordare

e il tramonto già c’era, era notte da un pezzo ed il sole sorgendo ci negava il disprezzo.

Ma sentendo parlare di una donna allo specchio, di un ragazzo a vent’anni che moriva da vecchio

e di un vecchio ricordo di vent’anni passati, di occasioni mancate e di treni perduti

e scoprimmo l’amore e scoprimmo la strada, difendemmo l’onore col sorriso e la spada.

Scordammo la casa e il suo caldo com’era per il caldo più freddo di una fredda galera

e uccidemmo la noia annoiando la morte e vincemmo soltanto cantando più forte

e ora siamo lontani, siamo tutti vicini e lanciamo nel cielo i nostri canti assassini

e ora siamo lontani, siamo tutti vicini e lanciamo nel cielo i nostri canti bambini.

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