Ora i tunisini ci portano pure l’arabo. Ecco come morirà la lingua di Dante

I recenti dati del ministero della giustizia discorrono d’una copiosa percentuale di immigrati tunisini che, nel solo 2020, hanno rappresentato ben il 33% degli immigrati di coloro i quali sono giunti sulle coste italiane, chi per diritto di asilo, chi clandestinamente.

Tra chi ne analizza gli effetti benefici e chi invece li vorrebbe aiutare a casa loro, balza agli occhi la celere diffusione di lingue straniere sul nostro territorio. Non di rado, alle entrare dei supermercati o lungo le vie delle nostre non più meravigliose città, si odono gruppi di stranieri, per lo più africani, parlare nelle loro lingue madri.

Facendo due conti, considerando il fortissimo colonialismo inglese sulla lingua italiana, viene da chiedersi se la lingua di Dante sia adeguatamente tutelata. Perché va bene aprirsi a nuove forme di comunicazione, soprattutto negli affari, ma di base occorre tutelare le origini: una casa, senza pilastri solidi, non ci mette molto a frantumarsi.

Nella nostra Costituzione, paradossalmente, non v’è alcun riferimento alla lingua italiano. Il fatto sia adoperata è mero usus, e all’epoca forse non considerarono quanto le decisioni post Norimberga e lo stanziamento Nato avrebbe inciso sull’italiano, giungendo persino a nuovi lemmi stranieri sui dizionari.

Molti movimenti sovranisti italiani si bardano la bocca di difendere i confini, ma tacciono sulla lingua. Un popolo è tale solo se accomunato da forme di comunicazioni diffuse. Volendo pertanto provare a salvaguardare uno degli ultimi baluardi dell’italianità, non potremmo farlo a livello costituzionale.

Se da un lato potrebbe sembrare utopistico sostituire la lingua, dall’altro occorre evidenziare che, sino agli anni Novanta, nessuno avrebbe scommesso una lira sulla diffusione dell’euro, gestita da una Banca Centrale Europea (col)legata a Berlino.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche

art. 6 Cost

L’unico riferimento alla lingua nella carta costituzionale è questo. E va a tutelare ben altro rispetto alla maggioritaria lingua dei cittadini. Considerando le forti migrazioni dell’ultimo decennio, ci si domanda sino a che punto si possa presumere l’italiano resti la lingua madre, mentre subisce duri attacchi non solo dall’inglese ma anche dall’arabo (e dal correlato francese. Per la serie “a volte ritornano”).

Si badi che l’articolo sei discorra di Repubblica e non Stato, essendo la tutela linguistica di competenza dello Stato e delle formazioni sociali.

Lo Stato, in tutto questo, tace. Indaffarato com’è per l’emergenza covid, menefreghista rispetto alla situazione nelle carceri, figuriamoci se possa interessarsi dei baluardi sociali. Gli usi e i costumi si sono fatti benedire.

A momenti si auspicava di spostare il Natale che, sebbene l’Italia non sia uno Stato cattolico, è innegabile mantenga in piedi l’economia turistica con meravigliose opere commissionate dal Vaticano nei secoli addietro.

Però parlare di moschee, tutele di altri cibi e di altre culture fa figo. Soprattutto con annesso autoscatto. Per Dio, qui non si sta appoggiando né una idea politica, né l’altra, sebbene è molto probabile che l’autore abbia delle considerazioni in merito, ma par strano che in tutto questo caos si pensi a tutelare le minoranze talvolta clandestine, dimenticando la tutela dell’italiano.

Se è vero che le radici profonde non gelano mai, par chiaro che l. 482/99 in materia di tutela delle minoranze assicura interventi a tutela esclusivamente per l’albanese, il greco, il croato, il franco-provenzale, il ladino e il sardo, conservandoli nelle università e nelle amministrazioni pubbliche. Le “nuove minoranze” (tra cui i tunisini e il loro arabo) rientrano in questo quadro normativo, e se da un lato determinate politiche potrebbero risultare “repressive” e pertanto anticostituzionali, dall’altro ci si domanda perché non agire per una tutela verso la lingua italiana che garantisca a noi tutti di proseguire nelle faccende quotidiane senza vederci costretti ad apprendere nuovi modi di dire o persino nuove parole, lontane dal nostro reale modus pensandi e dicendi.

In fondo, come scrisse in maniera acuta George Steiner: “Quando una lingua muore, un modo di intendere il mondo, un modo di guardare il mondo muore insieme ad essa”.