Coronavirus: il paradosso delle garanzie costituzionali e la riduzione delle mastectomie

Il paradosso della Costituzione quarantottina risiede, da un bel po’ di tempo, nella sua rigidità, caratteristica che se da un lato la rende più “certa”, dall’altro la sottrae alle volontà politiche dell’esecutivo di turno.

Sebbene gli studiosi e gli improvvisati filosofi-politici contemporanei ritengano l’hobbesiano pactum subjectionis mera convenzione, la presenza delle cosiddette “garanzie costituzionali” smentisce tale ipotesi.

Le garanzie costituzionali sono tali in quanto espressione scritta dell’esistenza degli strumenti volti alla conservazione del patto fondamentale tra i cittadini e lo Stato stipulato nel 1948 e punto di reset dal vecchio governo fascista.

In verità sarebbe opportuno ricordare che dal ’43 al ’48 la successione dei governi non riguardò mai Benito Mussolini: Pietro Badogno, Ivanoe Bonomi, Ferruccio Parri e Alcide De Gasperi, succedettero al Duce. Potremmo persino afferarmare che metà della Seconda Guerra Mondiale sia stata combattuta sotto governi antifascisti. Ovvero, detto in soldoni, l’Italia passò da un governo tecnico-militare a un rimpasto DC-PCI, sino agli anni del dominio meramente democristiano.

Senza dubbio la fissa, diffusa ancor tutt’oggi, era la discrasia, e il punto di rottura, col vecchio Statuto Albertino tra le cui caratteristiche annoveriamo la flessibilità, condicio sine qua non per permettere dalla legge ordinaria di derogare alle norme degli organi costituzionali. Di più, la sua brevità equivaleva alla necessità di attuare un contenuto costituzionale solo tramite una legge ordinaria. Alla faccia, insomma, dell’odierna gerarchia delle fonti, millantanta negli studi giuridici, dimenticata dagli organi di Bruxelles.

Uno dei motivi per cui si agì tempestivamente sull’abrogazione dello Statuto Albertino non ineriva soltanto l’odio di certe fazioni politiche verso la corona quanto alla comprensione della fenomenologia del potere. Se vuoi governare, salito al potere, devi impedire a chiunque di toccare il regolamento.

Si discorre, da allora, di “tutela rinforzata”, pubblicizzandola ai cittadini come ragguardevole dei loro diritti e delle loro libertà. Salute, istruzione, lavoro, imprenditoria, e chi più ne ha, più ne metta. Ed in effetti le argomentazioni reggono fintantoché il piatto di pasta vien posato sulle tavole di tutti i cittadini, tali non per loro scelta.

Ci si barda facilmente dell’espressione Stato di diritto quale miscuglio di legittimità giurisdizionale – e amministrativa – e costituzionale giungendo persino all’ideazione dell’omonima Corte, una sorta di “supplente del legislatore”. Quasi a evidenziare come lo stesso, in effetti, non sia magister d’alcunché.

Si suol dire che i principi fondamentali dell’ordinamento repubblicano siano l’uguaglianza, la salvaguardia delle libertà fondamentali, e il contrasto a qualsivoglia tentantivo sovversivo contro dell’ordinamento.

L’uguaglianza, sancita dall’articolo 3, è smentita dal suo stesso contenuto. Vietare le discriminazioni su base linguistica, razziale et similia presuppone l’esistenza delle differenze. La discriminazione è un sentimento, frutto della personale educazione. E non tutti nasciamo con le stesse letture. Taluni, ad esempio, non leggono nemmeno, altri sono imbottiti di fesserie accademiche, altri invece teorizzano ex novo mattina e sera. E se a me non piace il formaggio, non vedo perché un organo istituzionale debba impormi di farmelo mangiare.

Le libertà fondamentali sono da sempre oggetto di discussione; livello giuridico, una istituzione è forte tanto più stabilisca lei quali siano le stesse, ovvero il raggio d’azione entro il quale il sottoposto cittadino possa muoversi. La repubblica democratica italiana si contraddice. Dapprima sarebbe l’unica forma giuridica idonea a garantire le libertà, poi però si fonderebbe su una carta costituzionale rigida, non modificabile in molte sue parti, e comunque mielabile solo con procedure ad hoc come quelle del 138 cost. Insomma, se vox populi vox dei, pare evidente che le teorizzazioni referendarie siano stronzate.

Il sistema contemporaneo deroga alla rigidità costituzionale non internamente ma a livello comunitario. Checché ne dicano le dottrine antiquate, non esiste più alcuna gerarchia delle fonti. Esiste però la BCE, e dietro di essa elités finanziarie che parlano aramaico proprio per sottoporre a interpretazione la parola di Dio. E noi italiani, nascenti e morenti nel cattolicesimo, sappiamo bene che tra l’educazione cattolica e la parola biblica di Dio, ne passi di acqua. A volte, di fogna.

Compendiando: stando alla narrazione odierna, lo Statuto Albertino era pericoloso per la libertà dei cittadini in quanto, poiché flessibile, permetteva al primo stronzo di turno di usare la legge ordinaria per limitare i diritti della plebaglia. La Costituzione, invece, dall’alto della sua rigidità, permette di violare i diritti fondamentali tramite stupidissimi DPCM. Ma sarebbe bellissima.

Stando inoltre ai dati ufficiali, da inizio anno i morti per coronavirus sarebbero 1 milione e quattrocento mila, contro il milione e seicentomila di decessi causati dai tumori. In Italia, nel frattempo, oltre agli appelli a vaccinarsi, aumenta il timore di venir contagiati in sala operatoria.

Dopo la riduzione drastica di tutte quelle operazioni estetiche “non necessarie”, ecco che l’Istituto dei Tumori di Milano lancia un monito: circa il 33% delle pazienti malate di tumore al seno rifiutano o disdico la mastectomia. Il motivo? La paura di finire su un letto d’ospedale, e di restarci oltre il tempo dovuto causa tampone positivo.

Siamo davvero certi che lo Stato, attraverso i suoi DPCM e la sua informazione, stia rendendo un servigio alle coscienze della popolazione? E ancora una volta torna Hobbes e il suo timor vitae

Copyright© All rights reserved