Quanto dobbiamo ancora attendere per migliorare la nostra civiltà grazie agli africani?

Ultimamente gira una bufala più grossa della zizzona di Battipaglia: le migrazioni odierne dall’Africa porterebbero vantaggi all’Europa e alla sua cultura esattamente come accadde alle civiltà italiche con gli indoeuropei.

Vediamoci chiaro. Tra il V e il II secolo a.C. v’erano le culture megalitiche europee, definite tali per la ricorrente usanza del comporre megaliti, opere religiose e non di pietra.

Queste civiltà, soprattutto sul territorio italico, vivevano beatamente in tutta autosufficienza. Un po’ di scambi commerciali tra tribù, un po’ di armi e ornamenti, qualche coltellata. Insomma, una vita condominiale nell’era neolitica.

Dal V secolo in poi iniziarono a entrare in contatto con le genti indoeuropee, originarie dell’area a nord del Mar Nero, del Caucaso e del Mar Caspio. Costoro era portatori di altre conoscenze e usanze, soprattutto religiose.

Trattavasi di grandi migrazioni? Macché! Erano pochi poveri cristi che per i più disparati motivi si allontanavano dalle tribù d’origine ; iniziarono a migrare verso l’area danubiana, avvicinandosi sempre più al Mediterraneo alla ricerca di climi maggiormente caldi.

I pochi dovevano far di tutto per integrarsi. Integrazione come fenomeno a carico del migrante. Qualcheduno, prima di integrarli, li sottoponeva persino ai rituali ordalici. Ovvero li si metteva – cosa che rimase in uso nella Roma arcaica – in un sacco assieme a una gallina e a una serpente e li si gettava nei fiumi, li si faceva camminare sui carboni ardenti, e gli si allungava la spina dorsale non tanto per motivi posturali quanto per vedere fintantoché gli dèi lo assistessero.

Il recepimento degli elementi migliori influenzava ma non condizionava in toto l’evoluzione di una civiltà. Venivano mantennute le caratteristiche distintive della tradizione, e anzi nell’età del bronzo avevamo delle differenziazioni interne tra civiltà alpine, neuragiche, appenniniche, terramare e meridionali.

Per carità degli dèi, non è un auspicio di ordalia verso i migranti, ma continuare a trovare pezze a colori per alimentare ancora il business dell’accoglienza è disonesto e abbastanza becero.

Soprattutto quando, al contempo, si è plesiofobici.

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