Tunisia: con la scusa della democrazia islamica ci importano il loro olio. E non scappano manco dalla guerra

I dati ufficiali, secondo il ministero dell’interno, discorrono, nel solo 2020, di circa 33mila immigrati sbarcati sulle coste italiane. Di questi, è interessante notare che il 38% della torta statistica sia rappresentata da tunisini. Eppure, stando alla narrazione giornalistica odierna, non ci sarebbero tutti questi problemi nella corrispondente zona africana.

La Tunisia viene sovente nominata dalle agenzie stampa occidentali come un vero e proprio modello di democrazia sana tra il referendum di novembre e le elezioni dichiarate come “sostanzialmente corrette” da parte delle super potenze europee nel non lontano 2014.

comparazione ufficiale dei dati ministeriali sugli sbarchi negli anni 2018, 2019, 2020

Dal 2011 è entrata in vigore pure la democrazia islamica, una interpretazione molto ambigua dell’islamismo alla luce dei valori democratici enunziati tramite i diritti umani di illuministica memoria.

La Primavera Araba vide, tra i suoi fautori iniziali, proprio la terra di Cartagine, e venne raccontata all’Occidente come un tentativo del popolo di instaurare la democrazia lottando contro il carovita oramai diffuso in maniera copiosa.

Lungi dal volerne trattare le motivazioni di politica interna, sorge spontaneo il quesito: come mai, sebbene l’instaurazione della democrazia, tutti fuggono dalla Tunisia?

La Tunisia è una grande produttrice di mais, frumento e avena. Dati recenti la considerano la seconda maggiore esportatrice di olio d’oliva in Europa, dopo la Spagna. Il 55% per cento dell’economia sarebbe retto dai servizi, contro il 28% rappresentato dal comparto industriale.

Metà della popolazione ha 15 anni a causa dell’elevato tasso di natalità. Il tasso di disoccupazione è al 15%. Molti macroeconomisti individuano in queste le due cause di fortissime migrazioni.

Il tunisino, pertanto, essendo statisticamente giovane e vigoroso, laddove desideroso di lavorare e di accumulare fortune, tende a guardare a nord, abbandonando le terre natie verso lidi europei. L’Italia però non è la meta di arrivo. La forte influenza francese nel periodo del colonialismo, e la conoscenza della lingua francese, rendono il tunisino interessato a migrare verso Parigi anziché stanziarsi nel Bel Paese.

Due anni orsono, Macron decise di blindare i confini con Ventimiglia proprio per evitare queste migrazioni. Le politiche migratorie del governo Conte non sono mai state del tutto chiare e anzi si sono più volte espresse in senso opposto al decreto Salvini.

Ma allora perché le agenzie stampa ufficiale parlano di un grande esempio di democrazia islamica se poi la gente fugge? Cerchiamo di capirci: non ci si allontana facilmente dal posto che ti permette di portare il piatto di couscous a tavola. Nemmeno con le veementi pubblicità liberali atte a creare nuovi flussi migratori. Evidentemente la democrazia interna non funziona. Non solo. La sensazione macroeconomica è che, con la scusa del “tunisino democratico”, si esporti anche qualche buon alimento locale.

E finché noi italiani importiamo un prodotto estero per rispondere alle esigenze di una fetta di mercato, nulla questio. Idem laddove ne importiamo soltanto l’idea, salvo poi riprodurla nell’Unione Europea attraverso nostre multinazionali e nostri lavoratori . Il problema sorge invece laddove si importino, senza apparente motivo, alimenti che sono pilastri delle nostre tradizioni e che anzi resero le nostre economie glorioso e note nei tempi che furono.

Secondo Chokry Bahyoud, presidente dell’associazione nazionale dell’olio tunisino, la terra della bella Didone ha esportato ben 365 mila tonnellate di olio, l’80% del quale nella sola Unione Europea. Da questa competizione, a Spagna – ovvero il primo produttore di olio in Europa – ha iniziato a vendere l’olio a 2,09 euro/kg, contro i 2.03 euro/kg della Tunisia. I principali importatori sono francesi, tedeschi e, poco paradossalmente, spagnoli e italiani.

prezzi medi all’ingrosso dell’olio di oliva. Come visibile, la variazione del costo dell’olio di oliva giunge a un massimo di 2,73 euro per chilogrammo (quindi aumentando di ben sette punti e mezzo percentuali) e mantenendo lo stesso la competitività con quelli nostrani

Stando alle valutazioni di Ismea Mercati, l’olio extravergine d’oliva nostrano non solo non è competitivo, ma subisce delle variazioni che vanno analizzate per capire realmente gli effetti delle importazioni.

Sebbene le notevoli caratteristiche organolettiche, gli oli italiani sono nel range che va dai 4 euro/kg ai 22,60 euro/kg sono sì venduti all’estero ma gli usi culinari degli italiani li rendono facilmente acquistabili, a differenza dei tunisini che, stando sempre alle dichiarazioni di Bahyoud, rispetto al 1980 acquisterebbero ben il 30% in meno.

Il motivo? Cambiamento delle abitudini culinarie. Stando alle autorità governative, i tunisini, a seguito dell’acclamata indipendenza democratica, aprirono alle grandi multinazionali statunitensi che, tra cibi preconfezionati e alimenti base importati, contribuirono a distruggere le abitudini gastronomiche autoctone basate su mais, avena, frumento, pesce e olio, sostituendoli con ben altri alimenti di nostra conoscenza.

La forte tradizione basata sulla lavorazione delle locali olive però ha costretto i produttore a inventarsi il mercato straniero, un tempo non così forte. Ed ecco che, per sopravvivere, si è deciso di esportare il grosso all’estero, in particolar modo nella vicina Europa. Una scelta possibile solo se vi sia un prodotto altamente diffuso e a grande tradizione storica. Le minoranze produttive, invece, essendo per lo più nelle mani di pochi produttori contadini, non regge il confronto con le multinazionali e le nuove mode americane (la Tunisia, e tutto il Nord Africa, è tra i primi produttori di cola sotto il marchio The Coca Cola Company, prodotto sconosciuto prima degli anni Ottanta), finendo così per estinguersi, lasciando inesorabilmente spazio a prodotti tipici del capitalismo, e solchi dove le radici profonde non attecchiranno mai.

Pertanto, tornando alla domanda sul perché costoro scappino, ancora una volta la motivazione è da rinvenire nelle incapacità di vivere adeguatamente lavorando secondo i diritti dei lavoratori propinati dalle multinazionali. Vero, i salari sono più alti, ma al contempo il costo della vita è rimasto tutto sommato immutato dal 2014 e, fattore importantissimo presso le culture arabe, la qualità della vita (e le tradizioni correlate) s’ abbassata. L’islamismo, come il giudaismo anticotestamentario, si fonda su dettami più o meno divini inderogabili, anche culinari. Il concetto di Islam moderato ha fatto sì che la Tunisia iniziasse a produrre alcolici, soprattutto vini bianchi e rossi, sempre più rivolti a una clientela islamica oramai assopita da decenni di democraticizzazione della loro costituzione.

Quindi se da un lato costoro iniziano a usare materie non confancenti alla loro cultura (percepite come libertarie, senza mai valutarne in tempo gli effetti negativi. E non solo economici) dall’altro si creano produttori di materie prime che, se innescati al momento giusto attraverso oculate decisioni finanziarie capaci di sovvertire le regole del gioco sovranista, per sopravvivere, son costretti ad abbassarne i prezzi, e quindi la qualità, per importarli nei nostri mercati. In verità il processo di diffusione clandestina di olio e di vino è molto forte in Italia, e lo si deve anche alla presenza del trade d’union fisico par excellance affinché un prodotto possa esser piazzato da una economia all’altra: la persona. Sebbene la macroeconomia corrente non ne parli propendendo per un mondo finanziarizzato sempre più aleatorio in cui i sistemi algoritmici operano al posto dell’uomo, nella realtà sappiamo tutti che senza mani per raccogliere le olive, o senza soggetti bilingue (tunisino-italiano), la vendita del prodotto “olio” sarebbe impossibile.

Tra i risvolti del fenomeno migratorio abbiamo dunque anche questo perché se da un lato non possiamo garantire ai tunisini il loro transito in Francia – avendo Macron chiuso tutto con tanto di esercito – dall’altro non possiamo di certo rimpatriarli viste le particolari simpatie governative per gli africani. Diritto d’asilo? Certo, se si scappa dalla guerra. Almeno così legifera il diritto internazionale vigente.

E in Tunisia trionfa la democrazia. Dicono.