Turchia, ecco la storia dell’avvocato morto per l’introduzione del principio di equità

Ebrum Timtik, avvocatessa turca da sempre impegnata per la salvaguardia dei diritti umani e dei diritti dei detenuti, se ne andò nell’agosto del 2020 in totale silenzio, nella sua stanza di ospedale nella quale era finita dopo ben duecentotrentotto giorni di digiuno totale.

Deceduta nel silenzio generale dei mass media, la Timtik aveva provato ad accendere i riflettori sulle ingiustizie poste in essere dal governo turco di Erdorgan, aspramente criticato anche da molti politici italiani per il modus operandi interno pressoché disumano.

Condannata a tredici anni assieme ad altri diciotto suoi colleghi giuristi, era stata accusata di terrorismo. Accusa con la quale molti giornalisti, scrittori e avvocati, negli ultimi anni del governo Erdogan, hanno a che fare, e che sembra sempre più la naturale conseguenza ogniqualvolta si redige un atto o una idea avversa al regime turco.

La Timtik, nello specifico, si era ampiamente prodigata per l’introduzione del principio di equità nella procedura turca. Trattasi di un celebre principio giusromanistico per il quale la norma deve esser applicata al caso specifico sì da ridurre il quanto più possibile la rigidità del diritto positivo derivata da una sua letterale applicazione.

 Il termine è usato come sinonimo di giustizia, non in quanto sistema astratto ma in quanto norma seguita costantemente nel giudicare, nel governare, nel trattare ognuno secondo i meriti o le colpe, con assoluta imparzialità.

E se in Italia i recenti risvolti del giudice Palamara hanno confermato una magistratura parzialmente corrotta capace di politicizzare gli eventi politici, figuriamoci in Turchia dove nemmeno trapelano certe notizie.