Tutta colpa di Darwin

Non vi è alcun dubbio che le razze umane, se accuratamente comparate e misurate, differiscono molto l’una dall’altra – come nel tipo dei capelli, nelle proporzioni relative di tutte le parti del corpo, nel volume dei polmoni, nella forma e dimensione del cranio, e così pure nelle circonvoluzioni del cervello. Le razze differiscono pure nella costituzione, nell’acclimatamento, nell’essere suscettibili di certe malattie. Le loro caratteristiche mentali sono ugualmente assai distinte, in primo luogo da ciò che potrebbe apparire nelle loro facoltà emozionali, ma in parte per le loro facoltà intellettive“. Lo scriveva chiaramente Charles Darwin, ne “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, “Parte I – Le razze umane”.

Tuttavia qualche moderno biologo evoluzionista potrebbe dire che Darwin descriveva le diversità umane da un punto di vista obsoleto, per la scienza. Ecco allora qualcosa di più recente: un grafico che prende in considerazione 18 popolazioni umane, sviluppato nel 2002 da Saitou Naruya utilizzando l’algoritmo “neighbour joining” (un metodo bioinformatico di cluster analysis per creare alberi filogenetici) a partire da 23 generi di informazioni genetiche.

Ma ci sono famosi genetisti che, sul racconto dell’inesistenza delle razze, hanno ottenuto cattedre universitarie e costruito carriere.

Qualche tempo fa, mi capitò di assistere a una pittoresca conferenza tenuta da Guido Barbujani alla Federico II di Napoli, in cui spiegava le basi ideologiche della genetica contemporanea: l’inesistenza delle razze umane – partendo da un approccio esclusivamente genotipico – e la ingiustificata pretesa di descriverle come semplici caratteristiche geografiche, all’interno della biodiversità umana. Si citavano anche Evola e la rivista La difesa della razza, ma sono certa che il relatore non avesse letto né l’uno né l’altra, a giudicare dalle sue spiegazioni.

La conferenza iniziava con un intervento del Rettore, il quale, ignorando millenni di storia e cultura partenopea, precisava che le origini della popolazione di Napoli non sono più greche, ma africane. Ovviamente nessuno degli illustri professori seduti in sala si era alzato per opporsi alle folli dichiarazioni, neutralizzati dalla paura di sminuire il loro prestigio di fronte agli autorevoli rappresentanti della sedicente comunità scientifica.

Ma ci sono numerosi video del prof. Barbujani: ne ricordo uno in cui si poteva assistere a un interessante dibattito tra Odifreddi e il famoso genetista sulla definizione di razza. Dalla visione del video si comprendeva immediatamente la confusione argomentativa e mentale di Barbujani, abilmente e razionalmente contrastato da Odifreddi. Per tutta la conferenza Barbujani non riusciva a dare una definizione precisa e inequivocabile del termine “razza”. Si arrivava al paradosso di voler contrastare, solo osservando l’indice di similarità genetica, un dato sensibile e palese come la percezione visiva delle differenze morfologiche tra individui appartenenti a razze diverse. Ma perché alcuni genetisti non vogliono ammettere che così facendo – cioè basandosi esclusivamente sul genotipo e ignorando la manifestazione fenotipica – cadono in un discorso anti-scientifico, non valido dal punto di vista sperimentale? Questo significa essere disposti a passare per ingenui solo per ragioni ideologiche. Mi chiedo: ma davvero conviene?

In un discorso ecologico, se vogliamo difendere la biodiversità terrestre, è fondamentale conservare tanto la pluralità degli ambienti, con la loro flora e fauna autoctone, quanto le diverse razze nella loro integrità, forza e bellezza. La biodiversità umana è un importantissimo indice di ricchezza nella biosfera. Esattamente come si conservano le parti di un unico organismo, che non possono convertirsi le une nelle altre né generare aberranti forme intermedie che risulterebbero inefficaci per il corretto funzionamento dell’organismo, si dovrebbero tutelare le diverse razze umane.

Gli uomini provano un grande piacere nel vedere i colori. hanno bisogno dei colori come della luce“, scriveva Goethe, ne La teoria dei colori.

È per questo motivo che ogni razza – quindi ogni differenza nazionale ed etnica – dev’essere preservata. I flussi genici che si originano nelle migrazioni (o nelle invasioni) sono generati dallo spostamento di individui in età riproduttiva e hanno la capacità di alterare le frequenze alleliche della popolazione ricevente. L’effetto globale del flusso genico è quello di aumentare il polimorfismo – la quantità di alleli diversi nel genoma di una popolazione – ma, al contempo, di RIDURRE le DIFFERENZE genetiche medie tra le due popolazione. È quindi una forza uniformante e livellante che tende a eliminare le caratteristiche specifiche di una popolazione alterando la sua specifica dinamica evolutiva. I flussi genici, in altri termini, impediscono la normale e fisiologica evoluzione delle popolazioni e il loro adattamento ad uno specifico ambiente. Nel pensiero unico, le migrazioni portano ricchezza e diversità genetica, ma è esattamente il contrario: esse impediscono l’evoluzione delle popolazioni, il loro diritto ad autodeterminarsi, e generano una SPINTA UNIFORMANTE globale.

A inventare il dogma dell’eguaglianza degli uomini deve essere stato il nemico della varietà dei colori della policromìa: Satana“, aveva compreso Gustav Meyerink.

Voglio raccontarvi un episodio interessante, un’espressione sperimentale di quanto sostenevo prima: mi trovavo sul pullman che da Napoli partiva per Avellino. Alcune corse erano saltate a causa di un incidente, tutti i posti a sedere erano occupati e circa 20 persone rimasero in piedi. Restava un unico posto libero accanto a un ragazzo con evidente fisionomia africana. Il posto rimase libero per tutto il viaggio. Chiedetevi il motivo…

C’è una fortissima tendenza innata, nei gruppi umani, dalle origini dell’uomo, a riconoscersi e unirsi a individui simili per morfologia e caratteri fisionomici e comportamenti sociali. Questo avviene nelle relazioni e nelle unioni a scopo riproduttivo, in cui si assiste al fenomeno dell’accoppiamento assortativo positivo, la versione scientifica del detto popolare “chi si somiglia si piglia“.

Questa tendenza sana e naturale deve essere contrastata dalle regole imposte dalla propaganda globalista, che mira al raggiungimento di un tipo di uomo indifferenziato e sradicato dal suo gruppo etnico di appartenenza.

A giudicare dagli studi scientifici, sembra che nel DNA operi una tendenza a ripetere le medesime variazioni, estendendole all’interno di un gruppo etnico, quasi in una sorta di trasmissione e diffusione di un concorde programma genetico. Probabilmente, i genetisti che mirano a dimostrare la inesistenza delle razze umane, se, anziché concentrarsi sulle differenze tra esse, spostassero l’attenzione sulle somiglianze all’interno di un gruppo etnico, comprenderebbero quanto incontestabile sia l’accordo e la conformità tra individui di una stessa razza, nelle fattezze e nei modi, nei caratteri ereditari e in quelli acquisiti. Tutte le somiglianze tra individui di una stessa razza prevedono un accordo interiore tra loro e un equilibrio interno che si riflette in una armoniosa forma esteriore.

Talvolta, quando si comprende che non tutto si svolge sul piano della materialità e della manifestazione sensibile, ci si accorge che esistono dei legami, dei segni, che non si possono non vedere e che modificano irreversibilmente il proprio modo di interpretare i fenomeni e gli eventi. Chi ha queste forme di intuizione ha un’altra particolare facoltà: quella di riconoscere chi gli è affine da chi non lo è. Soltanto questa capacità di riconoscersi tra simili potrà salvaguardare la nostra forma esteriore, la fisionomia dei nostri popoli, in un’Europa in cui la pressione uniformante condurrà alla fine di ogni diversità bio-culturale. Il solo modo per non comportarsi da razzisti è proteggere le diversità etniche, rispettando il sacro diritto dei popoli ad affermare la propria volontà nelle proprie terre e nella propria discendenza.

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