Un terzo di detenuti straniero: ipotesi rimpatrio per salvaguardare la dignità dei detenuti italiani

Recenti dati aggiornati al 30 novembre 2020 discorrono di 57mila detenuti totali, 17.640 dei quali stranieri.

Il dato è importante per comprendere il fenomeno del sovraffollamento e per garantire i diritti umani nelle case circondariali. I flussi migratori dell’ultimo decennio hanno difatti condizionato non solo l’economia nostrana ma anche la vivibilità dei detenuti, costretti a condividere piccole celle già abbastanza anguste.

La pandemia da coronavirus in atto rende drammatica la coesistenza di più soggetti in pochi metri quadri, soprattutto laddove l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ammonisca di continuo gli Stati membri dell’Unione Europea (e non solo) affinché attuino norme tali da garantire il tanto nominato distanziamento sociale.

Le celle, per giunta, non permettono sempre il doveroso ricambio di aria, essendo per lo più risalenti all’epoca precedente al 1960 e spesso solo riverniciate. Il distanziamento, con casi limite di 8 detenuti in pochi metri quadri, è pressoché impossibile da garantire.

Al contempo, mentre le associazioni e i vari movimenti richiedono la promulgazione dell’amnistia e dell’indulto per garantire il diritto alla salute ai detenuti in tempi ristretti (evitando anche di ingolfare i reparti di terapia intensiva in caco di contrazione del Sars-CoV-2), dall’altro si evidenzia un dato importante: un terzo dei detenuti sono stranieri.

Il che significa maggiori costi per lo Stato, diminuzione della possibilità di reinserimento sociale per gli altri detenuti, e trattamento al limite della violazione dei diritti umani tanto per gli italiani, tanto per gli stranieri.

Qui la politica o le bandiere partitiche non c’entrano alcunché: occorre trovare altre alternative. Se da un lato infatti l’amnistia e l’indulto garantiscono quantomeno lo svuotamento delle carceri, dall’altro occorre considerare che siano due provvedimenti difficili da ottenere.

Un’alternativa potrebbe essere in effetti rimpatriare i detenuti stranieri non regolarmente giunti in Italia sì da ridurre sensibilmente il numero di coabitanti in cella, considerando per giunta che i posti previsti nelle carceri sia di circa 45mila unità, e che tal numero fosse relazionato allo stesso di abitanti in epoca fascista.

Costruire nuove case circondariali, sul modello danese, dove oltre a sanzionare il detenuto gli si garantisca la rieducazione è auspicabile, ma troppo lento. Tra legiferazione, appalti e concessioni, la costruzione ex novo di un impianto circondariale impone almeno 20 anni di lavori. Quantomeno in Italia, dove la burocrazia è capace persino di tenerti in isolamento per ben venti giorni in attesa di immatricolazione e di individuazione del tuo posto letto in carcere.

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